Vittoria Colonna

Professione: poetessa. Marchesa di Pescara e poi d’Ischia dal 1509, quando, diciassettenne, fu data in sposa a Francesco Ferrante d’Avalos.

Segni particolari: bellissima. Amata da Michelangelo.

Quel Michelangelo? Ma non era…? Sì, Michelangelo, fu Buonarrotti. Quello della Cappella Sistina. Quello di Mosè sovrumano.

Quello delle Rime umanissime.

Si narra che per amore di lei, inconsolabile vedova, il Grande soggiornasse nella torre di fronte al Castello Aragonese, che sospira sul mare blu di Ischia e guarda accigliato la città.

La «donna altera e diva» lo ricambiava con un disdegno che la rendeva ancora più irraggiungibile e Michelangelo, umilissimo, si sentiva uomo di basso ingegno, incapace di trar da lei «altro che morte».

Quello di Michelangelo per la gentildonna fu un amore platonico nel senso filosofico del termine: la donna è viatico di un ideale che si sublima nella negazione e nella sofferenza. Nulla a che vedere con il tormento dei sensi. Pensiamo un po’ a Beatrice allegoria della Teologia, senza la Teologia. Amore allegoria dell’Amore: un paradosso, per noi contemporanei abituati alla parola e al pensiero senza dimensioni.

Vittoria aveva convertito la rotta dello stesso amore nei confronti di un marito fedifrago, a cui faceva sospirare il letto (il velo delle sue liriche è abbastanza trasparente a proposito). L’uomo non faticava a consolarsi nelle pause delle sue gesta guerresche, né a narrar in versi siffatta beltade e virtù femminili: una moda dell’epoca. Vittoria, dal canto suo, cantava Francesco come Enea o Cesare, come il Sole della sua vita, tanto più splendente quanto più lontano. Contorsioni dell’eros, che poi, si sa, l’amore più brucia là dove si nega. In modo più prosaico, sembra che le nozze bianche fossero necessaria misura d’igiene (vedi sotto la voce “sifilide”). Fatto sta che questa è l’epoca di Ariosto e Orlando ha fatto scuola più di Angelica, che alla fine il suo piacere con Medoro se lo prende.

Vittoria Colonna, però, ci conduce alle porte di un’idea d’amore più vicina a noi di quello che possiamo immaginare: una passione ossessiva dell’intelletto, maniacale perché è un amore desiderato e non consumato, alla fine reciso dalla morte prematura dello sposo.

Vittoria Colonna (Marino, 1492 – Roma, 1547) non la trovi nelle antologie di scuola, a meno che tu non sia, o non sia stato, uno di quegli studenti annoiati che, per salvarsi dalla letteratura dei banchi, viaggiava tra le pagine meno battute della Nostra Letteratura.

Vittoria Colonna sta stretta tra un Pietro Bembo e un Galeazzo di Tarsia (chi fu costui?) e altre donne del petrarchismo, come Gaspara Stampa, la sensuale e Isabella di Morra, la prigioniera: gentildonne della lirica che difficilmente si ricordano.

Alle volte Vittoria è addirittura solo citata grazie a Lui, a Michelangelo.

Eppure meriterebbe di più: il suo Canzoniere, da lei soprannominato dell’”affanno”, è una ricognizione dell’anima intorno a quell’unico pensiero dominante: la voglia di un uomo che non c’è più e non c’è mai stato.

Non fu donna, però, ritirata nelle proprie stanze a tessere la tela: intercedette col marito perché non tradisse Carlo V. Corse al suo capezzale da sola, galoppando da Napoli a Milano.

In lutto recente, ritenne suo dovere di Marchesa del defunto d’Avalos partecipare alla festa che, a Napoli, onorava Carlo V. Ballò, «come una Menade», scrivono le cronache dell’epoca, trasformando il dolore in passi di danza.

Bisognava controllare la sofferenza, senza farne un peso per gli altri: Vittoria, coltissima, lo aveva imparato dallo stoicismo.

Donna di salotti letterari ante litteram, amica ammirata del Bembo, gran Signora di cerimonie: il suo Castello era una meta in per spiriti dotti.

Non riuscì mai, però, a sorridere alla luce di un nuovo sole.

Abbandonò l’isola a quarant’anni, non senza aver pensato al suicidio.

Era ancora l’epoca in cui si poteva crescere in una fede e Vittoria la usò come armatura.

La perseguitava un senso di colpa che è il lato più oscuro del cristianesimo.

Continuò a mettere in versi la sua passione incompiuta e ardente, solo, come Teresa d’Avila, cambiò il nome sulle pagine: da Francesco a Cristo.

Fu, appunto, solo un cambio di segni.

 

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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