Virginia Woolf

Orlando. Algido/a, astratta/o lontano/a. Una lentezza esasperante come le lancette dell’orologio prima della festa. Ceneo a spasso nello spazio del tempo senza giungere a un dove. A un perché. Per me la Woolf rimase a lungo l’enigma estivo di un’adolescente impreparata e così non approfondii la conoscenza. Sì, ammetto che la sua prosa ebbe una certa presa su di me, come una voce calda e roca ascoltata per telefono, ma di lei non vedevo il volto e per innamorarsi di qualcuno il volto bisogna immaginarselo. Da quella lettura mi restò in bocca un retrogusto forte, che almeno non me la rendeva indifferente.

Ho saputo, di recente, di una zingarata: il 10 Febbraio 1910 una lettera avvisa un capitano della marina inglese della visita del sovrano d’Abissinia con tanto di corte e delegazione inglese. Giro d’ordinanza sulla nave da guerra, brindisi, banda della marina che intona l’inno di Zanzibar. A nessuno viene il sospetto che dietro gli abiti dei dignitari si nascondano degli studenti di Cambridge. Corre poi voce che quel tizio col volto dipinto di nero e tanto di baffi abbia dei bei lineamenti da signorina. E che si chiami Virginia. Spencer. Sorella di uno degli studenti. Futura Mrs Woolf. Hai capito, la fredda signora: ha sense of humour.

Ecco allora che decido di metterci giusto il naso, in quel mondo di giovani burloni. È una domenica pomeriggio a Gordon Square: in una casa inondata di luce, bianca come la libertà, due sorelle, Vanessa e Virginia Spencer, fanno da anfitrioni in un microcosmo autereferenziale e orgoglioso di intellettuali giovani, anticonformisti, i giovani di Bloomsbury. Si parla di tutto: sesso, religione, politica. Si parla solo dopo aver pesato in silenzio le parole. Si celebra l’affrancamento da un’età di discorsi da salotto correttamente vuoti. Vanessa e Virginia e l’adorato fratello Thoby celebrano la liberazione da una famiglia tentacolare e l’uscita dai lutti.

Nudi come dei greci Virginia e i suoi amici si bagnano nelle acque di un torrente: è l’età del neopaganesimo. È bello essere amici senza implicazioni sensuali.

Virginia la bionda ha già scritto Il lungo viaggio, ma è come giornalista e critica letteraria che si fa le ossa.

L’età dell’incanto

Virginia cresce in un ambiente di snobismo intellettuale che le rimarrà addosso come una zecca.

La sua è una famiglia allargata: otto fratelli, tre di primo letto della madre. Una, Laura, figlia di Mr Spencer, ferita dalla follia. Quattro i fratelli Spencer, che stringono tra loro un sodalizio ermetico: Vanessa, Thoby, Virginia e Adrien.

I maschi studiano a Cambridge. Vanessa e Virginia sono educate a casa per diventare mogli. Virginia studia, è onnivora. Vanessa dipinge. Le due sorelle crescono legate da un affetto complice e esclusivo, assaporando le emozioni segrete dell’infanzia.

Virginia impara dall’esperienza di sé bambina, della madre e della sorellastra maggiore che la donna deve essere libera. Le cresce dentro un istintivo disprezzo per la convenzione del matrimonio. Non proverà mai, dice, nessun impulso sensuale verso i maschi ma dei piaceri del sesso saffico sarà ugualmente restia a parlare: cosa la legherà alle donne, se impulso sessuale o bisogno di conforto o entrambi, resta un mistero forse anche per lei e la cosa non ha nessuna importanza, perché così è spesso l’amore.

Al marito, Leonard Woolf, un ebreo senza una lira come scrive a Vanessa, a gettare acqua sulla sua capitolazione all’istituzione criticata, tributerà un affetto intenso, dedito, complice, amicale, la forma perfetta di un amore non corruttibile e tanto diverso dal legame antagonistico che strangolerà Sylvia Plath e Ted Hughes.

Velo nero

Follia, morte, paura.

Scende la notte sulla famiglia: insidiate dalle attenzioni dei fratellastri, Vanessa e Virginia perdono la madre, la sorellastra Stella, il padre.

Muore anche Thoby. Virginia vuole riscattarlo dalla morte e prega gli amici di aiutarla a scrivere una biografia. Non se ne fa nulla. Anni dopo, Thoby tornerà a vivere nelle pagine perfette della Camera di Jacob (1922).

Anche Virginia, come Laura, comincia a sentire le voci: il grimaldello della pazzia si fa annunciare dal mal di testa e poi le scardina il cervello. I pazzi urlano e lei lancia grida di rabbia come Laura, oppure scivola nella catatonia.

In tutto questo, mai verrà meno la complicità con la sorella e l’amore silenzioso, tollerante di Leonard. 

La scrittura, intanto, diventa professione, faticosa: si impone sin da ragazza come un esercizio quasi fisico. Virginia scrive tutte le mattine, dalle otto. É incontentabile, teme il giudizio. L’autocritica la blocca, la mancanza d’ispirazione è una minaccia.

Con il marito Leonard fonda la casa editrice Hogart Press: è il figlio che Leonard e Virginia non sono riusciti ad avere. La Hogart Press pubblica le opere di Virginia e poi si apre anche ad altri autori. Virginia rimanda al mittente un certo Ulysses: caro Joyce, non mi piace. Da anziana, comincia a temere la concorrenza dei giovani.

Leonard non smetterà mai di incoraggiarla e di attenderla: dai suoi viaggi nella follia, da quelli d’amore con Vita Sackville-West alias Orlando.

La notte sta scendendo: Virginia e Leonard vedono la morte avvicinarsi in quella degli amici.

Il cervello comincia a cedere di nuovo. Virginia è stanca. A Leonard scrive le ultime parole: tu solo mi hai dato una felicità completa. Poi si consegna alle acque gelide di un fiume.

Non aveva sessant’anni.

Cristina Farneti

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.