Marchesa Colombi

Photo credit: Olmeda Melita

Italo Calvino non sbagliava mai. Che si trattasse di scoprire e lanciare un esordiente o riscattare un autore  (in questo caso un’autrice)  minore dall’oblio, il suo fiuto si è sempre dimostrato infallibile. È a lui, infatti, che dobbiamo la riscoperta di uno dei romanzi più singolari dell’Ottocento italiano, quel Matrimonio in Provincia inserito nella collana Centopagine diretta per Einaudi negli anni Settanta, rendendo finalmente giustizia al canone dimenticato delle scrittrici italiane di cui, a buon ragione, Marchesa Colombi può considerarsi la punta di diamante.

Una scrittrice «che sa farsi ascoltare qualsiasi cosa racconti» la definì lo stesso Calvino, paragonandola addirittura a Cechov per quello «humor caricaturale e naïf che trasfigura la lagna dei giorni che passano, i silenzi, le chiacchiere, le incompatibilità che si accumulano nelle lunghe convivenze forzate.»

A dargli manforte Natalia Ginzburg (che sempre secondo Calvino ne aveva, per certi versi, raccolto il testimonio) secondo cui proprio la lettura adolescenziale di Un Matrimonio in Provincia aveva rappresentato la memoria sopita da cui aveva poi tratto ispirazione per «dare a luoghi e persone i medesimi tratti amari e allegri.»

Matrimonio in Provincia è un romanzo ancora straordinariamente moderno, ineluttabilmente prosaico e ruvidamente realista: Denza, la fanciulla attraente ma di poche sostanze costretta ad abdicare all’amore per un giovane possidente e ripiegare su un quarantenne brutto, uggioso e fisicamente difettato, ma di pari condizione sociale.

Anche in In Risaia, l’altro titolo più quotato di una produzione a dire il vero più vasta e più varia di quanto la poca appariscenza del nome della Colombi nella Storia della Letteratura Italiana possa far sospettare, l’epicentro narrativo è localizzabile nel piccolo mondo contadino tra le provincie di Novara e Trecate, dove le mondine lavoravano fino allo sfinimento e alla malattia al fine di guadagnarsi la dote per un matrimonio destinato, ancora una volta, a non corrispondere alle attese.

Sfumature realistiche discrete, dimesse, affatto idilliche e tuttavia pungenti. Le eroine di Marchesa Colombi sono eroine scontente, deluse da sogni irrealizzabili: una Jane Austen all’italiana e all’incontrario, senza toni bucolici e belle speranze di un lieto fine, tipici invece della progenitrice anglosassone della scrittura al femminile.

Marchesa Colombi, naturalmente, è lo pseudonimo ironico col quale la novarese Maria Antonietta Torriani (classe 1846), diplomata insegnante elementare, si dedicò intrepidamente alle belle lettere in un‘Italia decisamente maschilista sotto il profilo culturale, riuscendo tuttavia a guadagnare un meritato rispetto, se non proprio prestigio e durevolezza nella memoria letteraria degli anni a venire (almeno fino alla riscoperta di Calvino).

Moglie di Eugenio Torelli Vollier, fondatore del Corriere della Sera (da cui si separò dopo pochi anni dimostrando, ancora una volta, uno straordinario ardire considerati i tempi), seppe distinguersi nei salotti e nei circoli culturali dell’epoca, per il progressismo delle sue idee di cui Gente Per Bene, una sorta di moderno galateo che rispondeva all’esigenza di nuovi modelli di comportamento sociale, divenne la cifra più significativa: pragmatismo e buon senso uniti al gusto e alla raffinatezza.

Donna emancipata (fu stretta collaboratrice della protofemminista Anna Maria Mozzoni), capace di passare con disinvoltura dalla scrittura alla pittura, dal romanzo sociale ai libri per fanciulli, alle operette morali; penna arguta, tanto da aver dato vita ad una delle chiuse più formidabili della letteratura italiana, proprio in Un Matrimonio in Provincia, con quel suo memorabile:

Il fatto è che ingrasso

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

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