Irène Némirovsky

Irène (Kiev, 1903 – Auschwitz 1942) era una donna abituata a dare scacco al destino.

Fu una scrittrice fertilissima, al ritmo quasi di un racconto all’anno per sedici anni di successi. Poi, su di lei, un sipario durato sessant’anni: più della sua vita.

Morì in silenzio, nel 1942, bruciata con la sua scrittura in una camera a gas: una morte che la relegò nel limbo degli scrittori che non superano i confini del proprio tempo.

Nel 2004 le figlie concedono di pubblicare dei taccuini, che la madre aveva loro affidato prima della fine: l’araba fenice risorge con Suite francese (1941-42). È il riscatto dal destino. Eccezione assoluta, Irène vince il Premio Renaudot, che vuole incoronati solo autori viventi.

Leggete Irène e la vedrete. È bellissima. Un’imperatrice della letteratura.

Suite francese è il suo romanzo più complesso, scritto in fuga col marito e le figlie nella Francia occupata dai Tedeschi, quando Irène sentiva di avere ormai pochissimo tempo.

L’opera è un dittico di quegli anni, che coglie con sguardo imparziale l’esodo dei Parigini (“Temporale di giugno”) e poi l’amore tra una donna francese e un soldato dell’esercito nazista (“Dolce”).

Irène il temporale della vita l’aveva sentito presto sulla pelle.

La sua storia comincia con due lacerazioni: dalla patria e dalla madre. Entrambe furono alimento al suo estro.

L’esilio dalla Russia prima, negli anni della rivoluzione e la fuga per la Francia poi, l’allenarono ad un precariato della scrittura che rese più brillante la creazione. Non c’era tempo da perdere, tra le difficoltà dell’esistenza.

Imparò a scrivere dappertutto. Sotto i rami di un albero, con un occhio sulle bambine che giocavano, su fogli piccolissimi e una matita consumata all’orlo, con una scrittura precisa «come la tela di un ragno» (così Vargas Llosa), quasi senza correzioni. Quando il tempo incalza, la vita brucia con più forza e dà all’intelletto una propulsione eroica.

E poi c’è la madre, anzi, non c’è: ella, con la sua presenza pesante per assenza di amore, fece di Irène quella ragazzina ombrosa che tiene in braccio un gatto, costretta dalla Regina di Biancaneve a diventare lei stessa ombra. Ma Biancaneve, oggi lo sappiamo, non è l’innocente esiliata dal regno: è Regina di luce e di ombre.

Irène narrò il dolore e il fango senza vendetta e senza livore, osservando la vita dall’alto: Il ballo (1930) e Il vino della solitudine (1935) raccontano il vuoto d’amore di una bambina a lei molto intima.

La femminilità torbida della madre vive anche in Gladys Eysenach (Jezabel, 1936), donna bellissima, accusata d’omicidio e terrorizzata dalla morte che viene ogni giorno: Gladys rinnega il frutto della figlia morta di parto, contro le convenzioni che vogliono in ogni donna la matrice delle madri. Strano scherzo del destino di Irène o acume di una Scherlock Holmes dell’anima, l’aver dipinto, nel gran rifiuto, il futuro che la pietà del destino non le fece vedere: sua madre che gioca ancora a fare l’amante e che rimanda come cani randagi sulla strada le due nipoti, orfane dell’Olocausto, salvate dall’amore di una nutrice.

C’è una forza sotterranea che anima le opere di Irène: la vita che brucia. La vita è più forte di tutto, anche senza un senso.

Per questo Irène lascia giudicare la sua Gladys solo dall’occhio miope della folla in aula, facendoci spettatori della tragedia di chi ammattisce per troppo amore della vita.

Per questo la cocotte Arlette di Suite francese è il personaggio più luminoso, quando cinguetta tra i cingoli dei carri armati: «Cosa dobbiamo fare? Vivere.»

Per questo ci commuovono i Signori Michaud, che nonostante tutto mantengono «un’ardente aspirazione alla felicità» e nelle cui parole Irène, a un passo dalla morte, ha condensato il suo senso delle cose:

«Non c’è niente da capire. Ci sono leggi che governano il mondo e che non sono né pro né contro di noi. Quando scoppia il temporale, non te la prendi con nessuno: le nuvole non ti conoscono».

Adelphi ha pubblicato per prima in Italia Suite Francese (2005): qui il catalogo delle opere di Irène sinora edite dalla casa editrice.

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

6 Commenti
  1. Nelle mie ultime dieci visite in libreria quegli Adelphi dai colori tenui, beige, rosa antico, spaziosi come una piazza di paese, su cui è ricamato in corsivo il nome, Irène Némirovsky, mi fanno cenno con seducente grazia. Il borsellino non
    mi ha ancora permesso di intraprendere la prima lettura ma mi consumo nell’attesa! Questo articolo mi genera ancora più curiosità e rispetto, forse perchè sono alla ricerca di una “Charlotte Bronte” che mi faccia “amare”, attraverso la catarsi letteraria, il 900 come Jane Eyre mi ha fatto amare l’800 🙂

  2. What are hard money is the private hard . You recognize that there are repairs that need might be worth coPitdering.nrivase money is normally rendered in just a day’s time.While those of us is unexpected bills. When you get private money real estate intended for house flipping. When you evaluate your use of money lending industry is a requirement for almost all lenders out there.

  3. n’as pas encore trouvé ton bonheur ? @BoljoUn siphon sans cartouche c’est comme des frites sans mayo, aucun intérêt !Je crois que le Bamix est une arme de destruction massive de légumes cuits alors pas sur que ca rassure la sécurité aérienne mais tente, on verra bien ! 🙂

  4. Maybe part of the problem with qualified candidates is that people have been made aware of the culture of negativity and retaliation here in DFS?News travels fast about poor morale and other factors.Thanks to those who have contributed to this mess…