Sul lettino dello psicologo: Novecento

Quadro Clinico:

La necessità di controllo è una caratteristica intrinseca allo stato umano dalla quale nessuno – per quanto se ne possa dire, per quanto si possa fingere il contrario – può sottrarsi. Spesso portata ad un livello leggermente superiore, spesso molto più vicina alle attività quotidiane e ripetitive che scandiscono la nostra esistenza, chi più chi meno tutti abbiamo bisogno di esercitare un controllo sulla nostra vita e sulle nostre azioni. Questo controllo, poi, può verificarsi in ambiti molto diversi tra loro ma, soprattutto, può raggiungere gradi di diversa profondità. L’irrefrenabile esigenza di dover controllare un luogo affollato, ad esempio, può essere una delle strade verso cui questa necessità sente il bisogno di propagarsi: quell’insieme di corpi, pesi e nomi – tutti pieni di variabili casuali e azioni imprevedibili che incrociano le nostre, di azioni prevedibili, e che le modificano, cambiando i nessi causa-effetto che avevamo già minuziosamente e accuratamente pianificato – sono cose che si può sentire il bisogno di dominare, pena un terrore paralizzante. Altre volte, invece, non è la folla il problema bensì il luogo dove la folla si muove: incroci di strade e stradoni, case e cemento che, anche se a livello esponenzialmente minore, ci scaraventano addosso il peso della nullità di cui siamo portatori.

Anamnesi:

baricco-novecentoDanny Boodman T.D. Lemon Novecento è uno che – già solo per il posto in cui è nato, per come è nato e anche un po’ per il nome che porta – dovrebbe avere dei problemi ben più gravi della paura delle folle. Non avendo mai sentito prima la necessità di scendere da quella casa che è la nave in cui è nato, Novecento si trova un giorno ad affrontare un evento che lo porterà ad una razionale, critica e cosciente analisi della sua vita. Trovatosi nel momento giusto – e con le giuste motivazioni – a voler mettere piede a terra per la prima volta, a pochi gradini dall’asfalto del porto viene assalito da un inspiegabile senso di vuoto e oppressione. Non c’erano stati, prima di allora, particolari segni forieri di questo suo bisogno di controllo verso le cose, di questa sua necessità di un appiglio visivo della finitezza che altrimenti lo avrebbe fatto uscire matto e lo avrebbe spinto in un vorticoso pensiero apeirofobico. Lui che ha sempre vissuto in un luogo finito – popolato sì di gente sempre nuova e diversa, si potrebbe dire “infinita”, ma pur sempre mossa da comportamenti prevedibili, ripetitivi dettati dalle imposizioni implicite di un luogo chiuso come la nave – si trova per la prima volta a contemplare un insieme di strane cose che lui non riesce a controllare neanche solo con lo sguardo. Novecento non riesce a vederne la fine, di tutta quella città, e questo gli blocca il respiro e i muscoli; per quanto lui abbia sempre vissuto nella sterminatezza per eccellenza – l’oceano – non ci troviamo comunque davanti un controsenso. La Terra – quella con la lettera maiuscola – di Novecento è sempre stata la nave – un posto di cui ha conosciuto l’inizio e la fine, la prua e la poppa – e l’oceano sterminato non era altro che il suo Universo. In questo modo – così come a chi sta sulla terraferma basta rientrarsene in casa quando si mette a guardare il cielo e gli vengono quei giramenti di testa per tutto il senso di eternità che trasmette – a Novecento bastava ritornarsene negli alloggi interni quando il mare aperto diventava troppo sterminato da sopportare. Ed è stato proprio questo ciò che Novecento ha preferito fare sulla scaletta della nave, mentre guardava un universo fatto di cemento armato ed asfalto; invece di affrontare la paura e ammettere che l’infinito non esiste, che per quanto incomprensibile e assurdo tutto ha un inizio e una fine e che siamo noi stessi a dare questa finitezza alle cose, Novecento ha trovato una soluzione molto più semplice – una soluzione spinta dalla paura che condiziona molte delle nostre azioni quotidiane, senza rendercene conto o convincendoci che, alla fine, si sta bene anche così – che è stata quella di ritornarsene agli 88 tasti di un pianoforte, conosciuti e familiari, che Novecento ha decretato come unica e sola casa perché unico luogo su cui poter esercitare un controllo, senza sforzarsi di imparare a farlo anche su altre cose.

Diagnosi:

Agorafobia

Alessandro Aino

Un ragazzo normale a cui piace ascoltare musica, leggere libri e guardare film. Ogni tanto scrive. Tra le cose serie può annoverare un lavoro in un'agenzia pubblicitaria.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.