I nuovi esiliati

Vivendo all’estero si sviluppa uno strano rapporto con la propria madrepatria. Soprattutto quando la madrepatria in questione è l’Italia, paese che soprattutto ai giovani offre ben poco: un’università costosa, disorganizzata e antiquata, lavori sottopagati e a tempo determinato, disoccupazione e precariato. E poi magari questi stessi giovani vengono tacciati di non sapersi accontentare, di non essere intraprendenti, di comportarsi da mammoni. Ne consegue che chi lascia l’Italia, per studio o per lavoro, non riesce a liberarsi dalla sensazione di essere stato in qualche modo obbligato ad andarsene per ottenere le opportunità che merita: si sente quasi in esilio. E comincia a vedere la propria terra d’origine in un’ottica più distaccata e allo stesso tempo più critica: ne biasima i difetti e non perde occasione per fare confronti impietosi con la propria nuova patria.

Un po’ come fa Dante quando parla di Firenze definendola

piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco – e dicendo riguardo ai suoi abitanti – superbia, invidia e avarizia sono / le tre faville c’hanno i cuori accesi 

Non esattamente una descrizione nostalgica e affettuosa. Inoltre, mentre i fiorentini reputano la loro città giusta e magnifica, Dante dal suo esilio la ammonisce:

E se ben ti ricordi e vedi lume, / vedrai te somigliante a quella inferma / che non può trovar posa in su le piume, / ma con dar volta suo dolore scherma

Anche Ugo Foscolo, altro celebre esiliato, nella Lettera da Ventimiglia rivolge parole aspre ai suoi compatrioti:

I tuoi confini, o Italia (…) sono tutto dì sormontati d'ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? (…) Ov'è l'antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri

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Essere in esilio permette sia a Dante sia a Foscolo di guardare all’Italia in modo lucido e disincantato e di metterne a nudo le debolezze. Allo stesso modo vivendo all’estero si possiede il distacco necessario a vedere chiaramente la misera situazione italiana, soprattutto a confronto con la diversa realtà estera.

Però con il passare dei mesi un altro sentimento si insinua in questo aspro disincanto e fervore critico: la nostalgia. Assecondando il cliché più trito dell’italianità, per prima cosa si sente la mancanza della pizza, e si comprano vagoni di pasta Barilla perché “dove c’è Barilla, c’è casa”. Poi si inizia ad avvertire la stanchezza di parlare tutto il giorno in una lingua straniera, e ad attendere con ansia le telefonate via skype con genitori e amici per sentire il suono dell’italiano. Infine si sperimenta la fatica di capire il modo di pensare e giudicare di un popolo diverso, la sensazione che ci sarà sempre una distanza naturale e incolmabile fra immigrati e locali. Infine si comprende che per quanto la propria nuova terra offra mille opportunità e presenti mille vantaggi, essere a casa propria è tutta un’altra cosa, dona una sicurezza e una tranquillità uniche.

L’aveva capito anche Dante, a cui Cacciaguida dice, predicendogli l’esilio:

Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale / che l'arco de lo essilio pria saetta. / Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale

Ma soprattutto l’aveva capito Foscolo, che dopo una lunga riflessione sulla natura umana e sul destino dei popoli giunge alla conclusione che nessuna fuga può salvarlo dalla malvagità degli uomini, e allora è meglio godere dei piccoli conforti assicurati soloa dal proprio paese d’origine:

Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti

Anche se non si concorda con Foscolo e si è convinti che non valga la pena rinunciare ai benefici di vivere all’estero per le comodità della propria terra nativa, ci si rende prima o poi conto che lasciare l’Italia comporta sempre una perdita, e che per quanto la nuova patria possa essere accogliente e propizia, si sarà sempre e comunque stranieri, diversi, e ogni piccola cosa sarà più difficile che per chi è originario di quei luoghi.

L’esilio per Foscolo è una sfida e una necessità prima che un obbligo. Così è anche per i giovani italiani del ventunesimo secolo, con il loro odio e amore per una terra di contraddizioni.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

4 Commenti
  1. Molto carino questo articolo, anche dal punto di vista ‘letterario’.
    Carino e veritiero.

    Vivo in UK da 17 anni, e sono decisamente passata per le ‘fasi’ descritte in questo post. Col tempo pero’ ho capito che bisogna apprezzare quello che si trova e quello che si lascia, quando si parte dalla terra natia.

    Quando torno in Italia, per le vacanze o per trovare i familiari, mi accorgo che gli italiani non fanno che lamentarsi della situazione economico/politica, E hanno pure ragione! Ma spesso non apprezzano le cose belle che ancora ci sono.

    Tutto ha un prezzo. Il restare in Italia, o il partire. Si guadagna qualcosa, ma si perde qualcos’altro. L’importante e non perdere il focus e apprezzare quello che si ha.

  2. Bellissimo post.
    Vedere scritto, nero su bianco, quello che da un po’ cercavo di mettere mettere a fuoco nella mia testa fa uno strano effetto.
    E magari, come dice Martina, col tempo imparerò ad apprezzare quello che mi offrono la nuova e la vecchia patria, però al momento riesco solo a sentirmi fuori posto, qui come lì.

  3. Gentilissima Viola, e gentili commentatrici…
    non v’è alcun dubbio sul valore de… “I Nuovi Esiliati…” e sui ‘commenti’ relativi.
    Ma fra i due tipi di “esiliati” vige una situazione che li rende totalmente dissimili… al punto da renderli evidentemente non confrontabili: Dante e Foscolo (ed altri, all’epoca) non furono ‘fuggiaschi’ da situazioni economicamente non accettabili ed in cerca di meglio… ma furono ‘costretti’ a lasciare l’Italia a salvaguardia della propria vita…! Vedete, dunque, che i ‘casi’ sono ben diversi. Non ho nulla contro chi “abbandona la nave mentre questa affonda”… ma è comunque accertato che Dante e Foscolo non si ‘macchiarono’ di un tale ‘delitto’… e tutto il loro ‘contenuto’ fu lasciato non all’Italia già corrotta… ma agli italiani che ne avrebbero saputo cogliere il valore.
    La “Selva Oscura” dalla quale Dante voleva decisamente uscire, e dalla quale egli ci consigliava di uscire, si è rinverdita negli ultimi anni in Italia con l’affidare il testo consigliere ad un certo Benigni che ne ha fatto scempio frodando vilmente migliaia di volenterosi che gli credettero… e che nulla sapevano dell’esistenza.di quanto Dante ci aveva lasciato…! Ci vorranno forse 50 o 100 anni prima che lo ‘strappo’ possa essere ricucito… ma è fatale che ciò avvenga. L’opera di Dante sopravvive da 700 anni… ed altrettanti ne sopravvivrà grazie all’immane lavoro di Vittorio Sermonti che ne è stato l’unico (e forse l’ultimo…) vero interprete.
    Grazie per lo spazio, e… buonasera a tutte…