Il pacco regalo di Finzioni a… l’impiegato del centro per l’impiego

Si chiama Maria e a una decina di giorni dal Natale non me ne stupisco più di tanto. Ha lo sguardo serio, quasi incute timore, eppure dai suoi lineamenti duri si può intuire che sotto quella corazza c’è un cuore tenero, uno di quelli che proprio non ti aspetteresti mai di trovare nel corpo di un dipendente statale. Perché non vorrei cadere nel banale, sia mai, ma nella mia breve esperienza da cittadina italiana non mi è mai capitato di trovare un impiegato di un ente pubblico informato o quanto meno gentile, una persona che non sia stata messa lì come ripiego, a consigliare di controllare il sito internet di tale istituzione o, in caso sia già stato fatto, di ricontrollare meglio. Maria, con i suoi occhiali neri e magenta, lavora al centro per l’impiego di un paese vicino al mio, nella bergamasca, e voglio dedicarle questo pacco regalo di Finzioni perché lei è diversa da tutti quei dipendenti statali che ci immaginiamo pigri e indifferenti alle loro mansioni e ora, per la mia gioia, vi racconterò anche perché.

Ero in fila da un’ora con il mio numeretto stretto fra le mani, in attesa di firmare le carte che avrebbero segnato il mio triste destino: uno stage in un’azienda che mi voleva per sorridere e annuire ma, soprattutto, per fare ricerche telematiche nelle quali signore e signori di qualsiasi età mi avrebbero insultato come se non ci fosse stato un domani. Ero lì, triste e rassegnata, ma convinta che due soldini non mi avrebbero fatto poi così male e che dopotutto, nonostante la crisi (la famosa crisi), non mi sarei dovuta lamentare di un simile destino: perlomeno avrei avuto un lavoro. E insomma, stavo pensando a tutto ciò quando arrivò il mio turno. Raggiunsi la scrivania di Maria, mi sedetti, le consegnai il mio curriculum vitae e la proposta di stage fatta dall’azienda che mi voleva assumere, lei prese tutte le scartoffie, le lesse, mi guardò, poi rilesse ancora una volta il tutto, poi mi riguardò e infine sospirò.

Ve lo giuro sulla miglior tazza di cioccolata calda al mondo: io, un sospiro così, non l’avevo mica mai sentito. Sembrava una forma di rassegnazione o un modo per dire “guarda questa poveretta” ma non capivo se il poveretta era per il lavoro che mi aspettava o perché per andare a telefonare a mezza popolazione della provincia avessi dovuto farmi 50 km al giorno fra andata e ritorno.

“Signorina, con gli studi e le esperienze che ha fatto le pare un’idea geniale andare a lavorare in un posto simile dove verrebbe sfruttata?”
– “Sa, c’è la crisi e mi ritengo molto fortunata anche solo di aver trovato un lavoro…”

Maria sospirò, ancora. Mentre io andavo in iperventilazione, Maria si alzò, prese altre scartoffie, mi guardò da lontano squadrando il mio maglioncino con i fiocchi di neve (forse mi sarei dovuta vestire in modo più professionale o forse fu proprio lui a portarmi fortuna, il maglione preferito) e poi, improvvisamente, scoppiò a ridere, mi si sedette vicino, non dietro lo schermo del computer, ma proprio vicino a me e con una mano sulla mia mi disse: “Ti fisso un colloquio qui, in quest’altra azienda. C’è un poco di concorrenza ma son certa che farai un figurone”. Maria aveva ragione: due colloqui, entrambi di un’ora, e la nuova azienda mi volle subito con sé e, vorrei sottolineare, non per sorridere e annuire.

Perché sto raccontando tutto questo? Perché Maria non era mica obbligata a preoccuparsi per me. Non doveva prendermi la mano e rassicurarmi, doveva mettere due timbri e io ora sarei finita a telefonare e a prendere insulti ogni giorno per il prossimo anno a venire. Maria, invece, ha voluto credere in me tanto che io ora ho quasi paura di non essere all’altezza del lavoro che mi ha offerto e delle persone a cui mi ha presentato.

Sono tornata a ringraziarla, Maria, le ho fatto gli auguri di Natale e le ho stretto fortissimo la mano, tanto quanto lei la strinse a me la prima volta. A lei, però, vorrei anche regalare Wonder di R.J. Palacio. Perché la storia di Auggie, il protagonista di quelle duecento pagine ricche di emozioni e purezza, ci insegna che la gentilezza, se la si tiene ben stretta, è quella cosa che ci premierà e ci renderà unici nel nostro genere. E a Maria, così amabile con me, auguro davvero un bellissimo Natale e tante cose belle nel nuovo anno perché, come dice Auggie,

Ognuno dovrebbe ricevere una standing ovation almeno una volta nella vita.

E Maria, la standing ovation, se l’è guadagnata tutta.

PS Il buon Natale spero arrivi anche a tutti i dipendenti comunali che magari si saranno offesi per la mia scarsa fiducia nei loro confronti. Sapete, dopo anni di scioperi nel giorno in cui dovevo firmare carte importanti, dopo riunioni improbabili che vi impegnano a orari d’ufficio e che vi dimenticate di segnalare nei vostri siti internet, la mia è solo una logica conseguenza. Se ci fossero più Maria, però, forse tutto funzionerebbe molto meglio e noi italiani smetteremmo, per una buona volta, di lamentarci di voi e del vostro lavoro. Questi giorni, d’altronde, son perfetti per i buoni propositi.

Wonder, R. J. Palacio, Giunti Editore

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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