Lacrime – Un racconto inedito di Tito Faraci

Del suo nuovo libro ne abbiamo parlato qui e qui. Si intitola 'Death Metal' e fa una paura boia. E oggi, in esclusiva intergalattica, vi regaliamo un racconto inedito / prequel / spin-off che fa ancora più paura, e ancora più pensare (alla paura, si intende). Grazie a Tito e alle Edizioni Piemme, e ora tutti a spegnere la luce e ad aspettare che piova!

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Piangono.
Piangono tutti, prima o poi. Anche se ognuno a modo suo.
Ci sono quelli che piangono supplicando. “Ti prego, ti prego… non ammazzatemi.”
Così, senza nemmeno fornire un valido motivo. Come se bastasse chiedere, per essere risparmiati. Come se bastasse pregare.
“E poi, per pregare,” ha commentato una volta Morini, “bisogna avere un dio. Mentre questa è tutta gente senza fede.”
Colucci ha sospirato, emettendo una nuvola di alito pestilenziale (sa di avere questo problema, ma non si arrende all’uso dello spazzolino). “Viviamo in un mondo così. Materialista.”
Detto ciò, Colucci ha alzato il fucile e ha aperto una finestra nello stomaco del frignone che lui e Morini avevano beccato intento a montare una tenda nel bosco. I campeggiatori abusivi da quelle parti non hanno vita facile. Per loro, di facile c’è solo la morte.
Ci sono poi quelli che piangono con dignità. Quelli che si rendono conto subito della situazione e, in qualche modo, la accettano. I rassegnati.
“Mi ammazzerete, vero?” chiedono. Ma non è proprio una domanda. 
Con loro, Morini è capace di slanci di generosità. Tipo porgere uno dei suoi eleganti fazzoletti di stoffa, perché si asciughino le lacrime. E li incoraggia, dicendo che prima o poi tutti dobbiamo morire, e cazzate del genere. Qualcuno gli ha perfino mormorato un timido “grazie”, tirando su dal naso, prima di farsi impiombare.
A Colucci, invece, i rassegnati non piacciono. Non gli danno soddisfazione.
Preferisce gli altri: per fortuna, la maggior parte. Quelli che si fanno inseguire un po’, che lottano, che reagiscono in qualche maniera. Con quelli, sì che vale la pena.
Ma, comunque, piangono sempre anche loro, alla fine, quando devono prendere atto di non avere nessuna possibilità. È un pianto rabbioso, accompagnato da insulti.  
Colucci non se la prende. Ritiene di avere un buon carattere. Capisce la situazione.
Tranne quando gli danno del “ciccione”. Eh, no. Questo non può sopportarlo. Anche perché non è vero. Ha soltanto le “ossa grosse”, come gli dice Morini per consolarlo.
Quando qualcuno lo insulta in quel modo, riferendosi alla sua stazza, Colucci è implacabile. Non gli spara alla testa. Sarebbe troppo bello.
Colucci indietreggia di un paio di passi, in modo che la rosa di pallettoni abbia lo spazio per sbocciare, e mira alla pancia. Il risultato è una lenta agonia, che Colucci osserva con gusto. Nel migliore dei casi – migliore per Colucci – la vittima lo implora di sparargli il colpo di grazia, grondando lacrime dagli occhi e sangue dalla bocca. Ragazzi, uno spettacolo. Un tizio è durato così a lungo che Colucci e Morini lo hanno seppellito ancora vivo. E dopo qualche giorno, sono tornati a controllare, e una mano con le dita contratte ad artiglio spuntava dalla terra, come un fiore di carne.
Piangono anche quelli che capiscono di non essere destinati a morire: non lì e non subito. Quelli che Colucci e Morini decidono di portare via. Di portare a lui
“È proprio vero,” commenta ora Morini. “La gente non sa cosa vuole. Quella rossa dell’anno scorso, per esempio…”
“Bei capelli. Me la sarei tenuta io.”
“Tu te le terresti tutte, Colucci!” puntualizza Morini.
“Non è vero. Tutte no. Non mi piacciono troppo vecchie.”
“Morini alza gli occhi al cielo, prima di riprendere il discorso. “Quella rossa, mentre ti vedeva massacrare le sue amiche, non faceva che chiedere di essere risparmiata. Poi, però, quando l’abbiamo portata alla macchina, mica ci ha ringraziati. Graffiava come una merdosa gatta.”
“Ho dovuto prenderla a sberle,” ricorda Colucci. “Così ha avuto un buon motivo per piangere.”
Ridono.
Colucci e Morini ora ridono delle lacrime che hanno fatto scorrere.
Sono seduti al bar del paese, con una bottiglia di rosso e due bicchieri. Il vino scalda le ossa – le ossa grosse – di Colucci, in questa mattina di autunno. La nebbia, arrivata fin dentro al paese, è una carezza umida nell’aria.
Adesso, guardandosi in giro, Colucci nota che al tavolo vicino è seduto Boldo, all’anagrafe Mario Boldrini: titolare della rinomata officina di meccanico da cui passano tutte le automobili del paese, compresa la station wagon nera di Morini.
Forse Boldo ha sentito cosa si dicevano lui e Morini, perché li sta guardando e sorride ammiccante. Colucci ricambia, strizzando l’occhio. Boldo gli piace. È proprio in gamba, con i suoi attrezzi. Che non usa soltanto per riparare automobili.
“Adoro questo paese,” dice Colucci, voltandosi di nuovo verso Morini. “Non potrei vivere in nessun altro posto.”
“Certo che non potresti,” ribatte Morini. “Nessuno di noi potrebbe.”
Svuotano i bicchieri, in silenzio. Per qualche ragione, che non sa bene spiegarsi, a Colucci ora è passata la voglia di ridere.
“Adesso andiamo,” dice a Morini, che annuisce.
Speriamo che oggi sia una buona giornata, pensa Colucci. Servono altre lacrime.

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Questo articolo è stato scritto da un lettore di Finzioni.

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