May it last

Carlo Zuffa

C’è stata quella volta che Borges ha scritto:

«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges».

Finzioni è andato online il 18 marzo 2009, ma la sua genesi è avvenuta in un fumoso bar romagnolo, una notte (la stessa in cui Beckham arrivava al Milan) mentre io e Jacopo mischiavamo birra e cedrata Tassoni. Tanta Tassoni. E fra le “tante cose al mondo (che avremmo potuto) fare, costruire, inventare…” (über-cit.) quella notte decidemmo di fare Finzioni, un rivista cartacea e un sito web che parlassero in modo leggero di contenuti pesanti. Tutto il resto è storia.

Cronologicamente, oggi Finzioni chiude. Dopo 10 anni di onorato servizio la redazione interrompe le sua attività e il sito (e insieme a lui tutti gli altri progetti annessi e connessi al mondo Finzioni) viene archiviato nella biblioteca di Babele.
Inutile negarlo, una delle cause principali è il Tempo. Finzioni è nato perché eravamo dei giovani con i pantaloncini corti e tanto tempo libero. Oggi, c’est la vie, siamo meno giovani e con meno tempo libero. Il Tempo è sempre stato la nostra principale risorsa e quella risorsa è andata ad esaurirsi.

Se Finzioni vi ha fatto compagnia per così tanto tempo, è merito particolare delle quasi 140 persone che in questi anni sono passate all’interno della sua redazione e hanno deciso di contribuire in qualche modo al progetto, chi con un post fugace e chi con una collaborazione decennale, fin dagli inizi. A tutti voi, a quelli che sono stati compagni di indimenticabili cene in giro per l’Italia, a quelli che non ho mai avuto il piacere di conoscere di persona e a quelli che sono ormai diventati amici di lungo corso, va il mio più sincero ringraziamento. Grazie, il vostro impegno non è mai stato scontato.
Grazie a Jacopo Cirillo, per 10 anni ci siamo fatti compagnia in questa grande baracca (fra romagnoli si può dire). <3
E infine GRAZIE a tutti voi che ci avete letto, seguito, criticato, supportato in tutti questi anni, fin da quel lontano 18/03/2009, lo stesso giorno in cui al cinema usciva The International, con Clive Owen, Naomi Watts e Luca Barbareschi (sic!)

Il sito di Finzioni per il futuro prossimo rimarrà online, unitamente a tutti i numeri della rivista che sono sempre scaricabili in formato pdf alla pagina Rivista. Ci portiamo via la palla, sapendo di essere cresciuti in questi anni anche grazie a Finzioni e ai vostri consigli e alle vostre critiche e ai vostri complimenti.

Se il tempo è ciclico, un giorno ci sarà un altro Finzioni. Non questo, magari uno più bello.
Grazie (a tutti) di tutto il pesce.

 

Silvia Cardinale Pelizzari

Qualche settimana fa ho letto che sul numero 45 di Variaciones Borges si dice che dalla parola inglese “maze”, labirinto, proviene “amaze”, stupire.
I labirinti sono un mio pallino da molto tempo (l’ansia e il piacere di perdersi, il girare a vuoto, lo sbagliare, prenderci gusto e imparare) e ora che mi metto qui a scrivere le mie righe per salutare questi dieci anni (sette per la sottoscritta), mi rendo conto che Finzioni è stato per me un labirinto e uno stupore. Mi si perdoni la banalità quando dico che è stato un viaggio, una strada “lunga, fertile in avventure ed esperienze”. Forse non abbiamo incontrato Lestrigoni e Ciclopi, ma abbiamo sempre avuto in mente Finzioni.
Un’idea prima che un sito, un’idea prima di un insieme di persone che si sono incontrate e a volte perse e a volte ritrovate. Mi sono riuscita a definire, attraverso questo viaggio. A volte per sottrazione, ho capito quale fosse la mia strada, quale era meglio abbandonare. Ho imparato, anche a suon di bastonate sui denti, e mi sono – soprattutto – divertita.
La parte di intrattenimento – parola che negli anni sembra essere diventata una bestemmia quando riferita all’ambito culturale – è stata per me centrale nell’esperienza finzionica.
Leggo perché mi diverto, parlo di libri perché mi diverte. E il divertimento e la leggerezza sono sempre state al centro di questo progetto, per dimostrare che si può parlare di libri svecchiando. Che si può essere dei minchioni – appunto – senza dire minchiate (o anche dicendole, ma dicendole bene).
So per certo di non essere la persona che ero sette anni fa. E il motivo sono tutte le facce che ho incontrato, dentro e fuori Finzioni. Amicizie fortissime finite, amicizie fortissime nate e rimaste, persone che mi hanno insegnato e fatta arrabbiare, persone con cui sono nati pensieri bellissimi, sedute su un marciapiede di Milano bevendo una birra. Uffici stampa che sono diventati amici, editori conosciuti, gentilezze arrivate all’improvviso.
Come un viaggio vero ci sono stati imprevisti e sorprese, momenti felicissimi e silenzi.

Un’amica – parlando della chiusura di questo progetto – mi ha scritto una cosa che mi ha fatta calmare.
Amare qualcosa significa anche sapere quando è ora di smetterla.
L’amore per Finzioni non può finire, anche ora che abbiamo capito che è ora di smetterla. E in qualche modo nemmeno può farlo Finzioni, un’idea-labirinto che si può affrontare e attraversare in qualsiasi momento, che si può riprendere in mano ogni volta che ci va, come le idee vere permettono di fare.

 

Jacopo Cirillo

Quando sono arrivato a Milano, ormai undici anni fa, volevo lavorare con i libri. Dovevo lavorare con i libri, non avrei mai avuto un altro lavoro al di fuori di loro. Anche per questo – non solo, ma un po’ più di un pochino – insieme a Carlo Zuffa ho deciso di mettere in piedi Finzioni. La cosa divertente è che, undici anni dopo, quando ormai faccio altro, mi accorgo che, tecnicamente, con i libri non ci ho lavorato mai. Fa ridere, a pensarci. Grazie a Finzioni ho conosciuto più o meno tutti i nomi e le facce del piccolo mondo dell’editoria libraria, sono andato a tutte le feste e tutte le fiere, ho letto quintalate di libri, quasi tutti ricevuti gratis direttamente nella mia buchetta, ho stretto abbastanza mani per sopperire all’assenza di calli di una vita lontana dai campi e dalle palestre e ho presentato romanzi in praticamente tutte le librerie di Milano e dintorni. Ma nessuno mi ha mai pagato per una qualsiasi prestazione direttamente collegata a un romanzo in uscita, in ristampa o anche solo in valutazione.

In qualche modo, mi sembra che tale premessa contenga tutto quello che c’è da dire su Finzioni, nel momento del nostro distacco. E cioè: Finzioni, alla mia vita professionale, non è servito a niente. Allo stesso tempo, è stato tutto. Forse, come spesso accade nelle cose culturali, è proprio in questo scarto che si annida il senso ultimo di questo progetto decennale. E questo è il Finzioni-per-me.

Il Finzioni-per-gli-altri, guardandomi indietro, mi pare che abbia di nuovo abitato uno scarto (e questo ribattimento per-me/per-gli-altri non può che farmi sorridere, ancora una volta l’Enciclopedia ci attualizza come potenziali contraddizioni), lo scarto tra la complessità e la complicazione, vestendosi d’un abito di minchiate. Che Finzioni, cioè, come dicono i semiologi interpretativi, sia stato costitutivamente tra; tra il serio e il faceto, tra il mattone e la piuma, tra l’esagerazione e lo sbadiglio. In tutti i luoghi e in nessuno. O forse eravamo noi che ci siamo trovati lì in mezzo, sballottati tra il cibo dell’accademia e le birre in strada, e avevamo bisogno di un posto sicuro.

Un sacco di gente ha sempre pensato che Finzioni fosse una figata; altrettanti ne pensavano, al contrario, molto male o, cito a memoria, come una pistola carica data in mano a dei bambini. Altri ancora ci hanno graziosamente ignorato. Eravamo troppo bravi e preparati per scrivere tali stupidaggini; no, eravamo troppo scarsi per sederci al tavolo dei libri. Per me siamo sempre stati, e continueremo a essere, un meraviglioso gruppo di minchioni, che hanno studiato abbastanza per potersi vantare d’esserlo e hanno smesso di studiare abbastanza presto per goderne.

E adesso basta, è tempo di fare altro.
May it last.

 

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

2 Commenti
  1. Mi mancherete. Non nel modo in cui mancherete a chi vi leggeva tutti i giorni e adesso dovrà trovare altro da fare; ma nel modo in cui manca una cosa che si sapeva esistente e viva e dopo la si sa non più esistente. Mi mancherete come mi mancano gli artisti morti. Mi mancherete come mi manca Lenny. In un tempo infinito, diceva Borges, si scriveranno tutte le possibili canzoni dei Motorhead. Quindi fate altro, ma fateci sapere cosa sarà questo altro.

    Manuel