Latinoamericani che diciamo di aver letto, ma non è vero

photo credit: Nicolás Rosenfeld

C’è la letteratura. E c’è la letteratura latinoamericana. 

Immaginifica, visionaria, esplorativa, oltre, autoriflessiva, variopinta, metaletteraria, stilisticamente altissima, c’è la letteratura latinoamericana, che non è per tutti. In una certa misura, non è per nessuno, da questa parte del globo. 

Si può leggerla (e tra poco vedremo che comunque non è vero), ma non si può capire pienamente, non con gli schemi mentali che da bravi europei abbiamo ereditato, sebbene ci si possa considerare molto consapevoli di se stessi e dalla mentalità più che aperta: è come un microchip impiantato nelle tempie che scatta a mo’ di filtro quando si prendono in mano certi libri. 

Si può amarli – e anche spasmodicamente, come accade spesso con quanto non si afferra – ma è difficile farli propri,  si è quasi matematicamente destinati a una disillusione molto à la civiltà occidentale.

A meno che. C’è un a meno che che parte dal volere diventare nuovi a se stessi, allora sì che si materializza la possibilità di comprendere – e non solo di vedere, di capire – l’incredibile anelito alla libertà degli autori latinoamericani. Non si parla della libertà della Statua della Libertà, bensì di quello slancio solo ed esclusivamente verticale, che spesso va sotto il nome di libertà di pensiero. I latinoamericani ne hanno eseguito i più begli esercizi. 

Vuoi che le loro vite fossero inserite in contesti dove la libertà della Statua della Libertà non brillasse e non potessero fare altrimenti per non morire su tutti i livelli? Vuoi. Rimane saldo il fatto che (per qualunque ragione al mondo) i più liberi tra i liberi pensatori – ai quali l’uomo moderno può fare agevolmente riferimento senza sentirsi un filosofo che va a ripescare gli antichi – sono gli autori latinoamericani, i più grandi perforatori di limiti sociali e raziocinanti che abbacinano gli allevamenti di esseri umani.

Un simile tesoro è gratis. Del tutto gratis, affollano le biblioteche. Sono diffusissimi, in tante edizioni e varie traduzioni. Nella stessa proporzione sono poco letti. Ve lo assicuro, se lo fossero – ecco la macro verifica alla teoria – si beneficerebbe dei risultati, con impennate di emancipazione personale e libertà di essere, due aspetti che rischierebbero di rigenerare la collettività, il sentire comune. 

Che poi, anche coloro tra di noi che dicono di averli letti e compresi, non è detto che sia vero. Non è detto che non si siano in realtà cimentati in quell’odiosissima operazione di avere ridotto tali scrittori al circolino che è la mente occidentale. Prendi Castaneda. Tutti i campioni della logicità, i nuovi illuministi, grandi fighi e letterati che dicono di averlo letto – tutti quelli che l’astrologia per l’amor di iddio, ad esempio – forse si sentirebbero un po’ meno in una botte di ferro, se l’avessero fatto davvero. Forse.

Comunque prediamolo davvero, Castaneda dico.

5 – Carlos Castaneda – Si parte dal più difficile e si arriva al più accessibile. Qui si è nel difficilissimo. Non tanto perché è difficile interpretare i suoi scritti, quando perché è un peruviano naturalizzato statunitense abbastanza presto, che poi stava in Messico. La geografia in Castaneda diventa una toponomastica interiore, con volontà di recupero di quella che egli percepiva come  tradizione ancestrale tramite strumenti e consapevolezze da un lato alla moda nella casa di adozione, dall’altro qui connaturate. I livelli di lettura si fanno così complessi, che è difficile orientarsi senza cedere alla tentazione di banalizzare la sua opera come espressione di filoni culturali già esistenti, difficile imbattersi in critiche letterarie che trattino lo scrittore come individuo autentico e autonomo.

4 – Jorge Luis Borges – Siamo su Finzioni, dovete almeno provarci. Non è al quinto posto solo perché vi si può riscontrare una certa purezza, non si corre insomma in un grande pericolo di contaminazione culturale conclamata, tanto dall’essere fuorviante nella lettura. Se fate il vostro dovere e vi dimenticate un po’ chi siete, le cantine dei castelli mentali iniziano davvero a sbriciolarsi.

3 – Julio Cortázar – è più facile perché è mezzo europeo. Questo vale per il Bestiario, forse. L’arduo sta nel desantificare Rayuela. Addio cervello. 

2 – Pablo Neruda – La poesia è già letteratura potenziata, figurati qui. Lo comprendevo molto di più quando ero bambina, mi parlava, sul serio. Questo dovrebbe suggerire molto sulla genialità in ballo. 

1 – Gabriel García Márquez – Al primo posto non perché sia il più facile tra i difficili, ma perché è così pieno di strati, di possibilità e combinazioni di lettura, che riesce a dire qualcosa di utile anche ai disinteressati che vi incappano.

 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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