Giorni d’estate

Giorni d'estate infiniti e bianchi come l'amore nell'età dell'incanto, quando c'incontrammo per la prima volta nei giardini dell'Eden. 

Giorni d'estate umidi e neri come una bestia sottopelle a sfiancare i lombi, quando l'afa trasforma l'uomo in Priapo.

Giorni d'estate liberi e lenti come la lenza lanciata in un fiume e il cielo, le stelle, le rive sembrano esistere solo per noi.

Giorni d'estate del passato che ritornano oggi penetrando le narici, velando gli occhi, accarezzando la pelle.

Giorni d'estate quando finiscono e ci accorgiamo che il sole non ha dissipato le nebbie; la nostra nave è ancora senza una rotta e di nuovo dobbiamo salpare, con le prime ombre di un presagio che arriva alla fine d'ogni estate.

Giorni d'estate, tra le pagine dei libri…

La stagione degli amori (Paradise)

Grecia, isola di Lesbo. Estate del 200 d.C.

Dafni e Chloe sono due adolescenti, cresciuti insieme sull'isola. Non conoscono ancora cos'è quello strano assillo che fa battere il loro cuore appena si sfiorano. L'amore maturerà in autunno, col tempo della vendemmia.

Anche la stagione contribuiva a infiammarli. La primavera era al termine, l'estate all'inizio. Tutto era in pieno rigoglio: gli alberi ubertosi di frutti, i piani di messi. Soave era il frinire delle cicale, dolce il profumo dei frutti maturi, giocondo il belare delle pecore. Sembrava che i fiumi cantassero scorrendo lentamente, che i venti, spirando tra gli aghi dei pini, producessero un concerto di flauti, che i pomi cadessero a terra innamorati, che il sole per appassionato amore della bellezza spogliasse tutti. Al sopraggiungere del mezzogiorno Dafni e Chloe avevano gli occhi l'uno dell'altro scambievolmente affascinati

(Longo Sofista, Storia pastorale di Dafni e Chloe).

La bestia sottopelle (Priapo alla finestra)

New Hampshire. Giugno 1947

Giovedì. Giornata caldissima. Dal mio osservatorio (finestra del bagno) ho visto Dolores che ritirava il bucato nella luce verde mela dietro la casa (…) Ognuno dei suoi movimenti, nella luce maculata del sole, pizzicava la corda più sensibile e recondita del mio corpo abietto. (…) Dio, che tormeto (…) Domenica. Il fiotto di calore non ci lascia; settimana delle più favoniane. Stavolta ho guadagnato una posizione strategica sulla sedia a dondolo della loggia (…) Il mio tesoro, la mia passione mi si è fermata accanto per un attimo (…) e aveva quasi l'identico odore dell'altra, quella della Costa Azzurra, ma più intenso, con sfumature più crude – un torrido afrore (…) Lunedì. Delectatio morosa. Trascorrono tetre e lente le mie dolorose giornate. Questo pomeriggio dovevamo andare al lago (mamma Haze, Dolores e io) al vicino Lago a Clessidra, per fare il bagno e crogiolarci al sole; ma a mezzogiorno il mattino madreperlaceo è degenerato in pioggia. Martedì. Pioggia. Lago delle piogge. Mamma a far compere. Lo, lo sapevo, era vicina. Grazie ad alcune furtive manovre, l'ho incontrata nella camera di sua madre. (…) Lola, Lolita!

(Vladimir Nabokov, Lolita)

Libertà

Mississipi. Estate 1840

C'era una certa solennità nel discendere il grande fiume silenzioso, coricati a guardare le stelle e non ci sentivamo neanche di parlare a voce alta, e non ridevamo spesso, facevamo solo una specie di risatina sommessa. Ci fu un tempo bellissimo, nel complesso, e non ci capitò niente, né quella notte né quella successiva. Ogni notte passavamo dei paesi, alcuni lontani su neri pendii di collina, nient'altro che splendenti aiuole di luci.

(Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn)

Quel che resta dei giorni

Gaminella, Monferrato. Estate 1949

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. È un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch'io a quest'odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d'avere addosso (…). E l'odore, l'odore della casa, della riva, di mele marce, d'erba secca e di rosmarino (…) Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. 

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

La fine dell'estate

Procida. Estate 1939

Le ombre dei tronchi e degli steli erano già lunghissime e i colori già smorzati e freschi. Due mesi fa, alla stessa ora del pomeriggio, l'isola era ancora tutta un incendio. Le giornate s'erano accorciate molto, da allora. Fra poco, l'estate era finita. (…) Fu come se oggi, approfittando della mia solitudine, un triste genio smorto, dagli occhi semichiusi, mi si facesse davanti; e mi salutasse, scorrendo per l'erba con un fruscio autunnale. Il suo saluto significava proprio addio (…).  Mi lusingavo nella confusa fiducia che questa tale estate, così come avrebbe maturato l'uva, le ulive e le altre frutta dei giardini, dovesse, in qualche modo, maturare anche le acerbità della mia sorte, risolvendo i miei dolori in una grande spiegazione consolante. Arrivare, infine, alla fine coi miei dolori rimasti acerbi: ecco il presagio a cui non potevo credere.

(Elsa Morante, L'isola di Arturo)

Quanti giorni d'estate mi tornano in mente ancora! E a voi? Sono gli stessi che ho io sulla punta della lingua?

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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